Lettera aperta al Comitato Centrale
del Movimento Federalista Europeo

 

 

 

Albertini, nel saggio Le radici storiche del federalismo europeo, scriveva: «Quando l'integrazione europea viene discussa, capita spesso di sentir dire, perfino da parte di insigni europeisti, che la differenza tra confederazione e federazione sarebbe di poco momento, oppure che la federazione sarebbe l'ultimo gradino di una scala evolutiva che parte da un sistema di Stati nazionali a sovranità assoluta e giunge al livello federale, dopo aver attraversato non si sa quali livelli crescenti di sovranazionalità. Opinioni di questo genere, che ignorano che la federazione è uno Stato mentre la confederazione non lo è, che ignorano che un gruppo di Stati nazionali mantiene le sue caratteristiche essenziali fino al momento nel quale viene sostituito da uno Stato federale, possono manifestarsi solo perché le idee sono malleabili. Ma le cose sono dure ed angolose, ed è per questo che le sole idee che valgono, che servono agli uomini per operare, sono quelle che fanno davvero i conti con le cose, per dure ed angolose che siano».

Purtroppo, non solo insigni europeisti, ma ora anche numerosi dirigenti federalisti, alcuni dei quali sul campo da più di quarant'anni, hanno abbandonato progressivamente questa idea chiara e distinta, che costituisce uno dei fondamenti teorici del nostro pensiero, che cerca di fare i conti, appunto, con le cose dure e angolose: il mondo della politica è costituito dagli Stati, e le organizzazioni internazionali esistono e funzionano nei limiti nei quali gli Stati consentono loro di esistere e di funzionare. Nel loro pensiero, invece, si fa un'eccezione per le istituzioni dell'Unione europea, che sarebbe qualcosa di concettualmente diverso dalle leghe, alleanze o confederazioni del passato.

E' così nata in loro l'idea che, sostituendo il diritto di veto, previsto in settori cruciali dal progetto di Trattato costituzionale elaborato dalla Convenzione, con una procedura di voto a maggioranza, si farebbe il passo fondamentale dalla confederazione alla federazione. Si riuscirebbe cioè a creare il nuovo Stato, quasi senza che gli Stati esistenti se ne accorgano. La cosa, purtroppo, è impossibile e, tanto per cominciare. la procedura del voto a maggioranza nei settori cruciali non è stata accolta nel progetto di Trattato. Ma, anche se ipoteticamente vi fosse stata scritta, non verrebbe mai applicata. Nessuno può costringere uno Stato sovrano, finché è sovrano, a piegarsi a una decisione contraria ai suoi interessi fondamentali, presa da una maggioranza di altri Stati.

Naturalmente, gli esempi storici dimostrano ad abundantiam che, se lo Stato ancora non c'è, non può essere supplito da una decisione a maggioranza. Ma quando ricordiamo agli attuali dirigenti del Movimento l'esempio delle tredici colonie americane, che potevano sulla carta decidere a maggioranza in qualunque settore, senza però ottenere che le decisioni venissero eseguite, questi dirigenti rispondono, in sostanza, che la situazione e le istituzioni dell'Unione europea sono profondamente diverse da quella delle tredici colonie, e che la principale categoria del nostro pensiero politico, la differenza confederazione-federazione, non è pertanto più applicabile.

La radice pratica di questo errore teorico è evidente: i dirigenti federalisti in questione, frequentando per «dovere istituzionale» da anni i vari Intergruppi federalisti, i vari Forum della cosiddetta società civile, (nella terminologia di Albertini, entrando nell'equilibrio esistente, senza ahimé però più uscirne) sono divenuti prigionieri dell'ideologia di queste istituzioni e hanno coniato (a loro giustificazione e a danno del Movimento) idee malleabili, senza corrispettivo empirico nelle cose dure e spigolose.

Le parole d'ordine del Movimento Federalista Europeo si erano finora imposte all'intelligenza e ai sentimenti dei cittadini; i suoi incitamenti e le sue rampogne alla classe politica erano stati finora accettati, perché si erano sempre dimostrati adeguati. La classe politica si era abituata a questa voce un po' aspra, ma profetica. E ora, invece, si sente suggerire dal Movimento le stesse ovvie tattiche e gli stessi banali errori che le suggeriscono i suoi «esperti». L'attuale dirigenza del MFE sta dilapidando il solo patrimonio del Movimento: la sua credibilità, basata sulla capacità di analizzare il corso del processo di unificazione europea.

I fatti, con la loro durezza, avrebbero dovuto richiamarla alla ragione. Non una delle sue previsioni recenti si è verificata: la Convenzione non ha scritto una costituzione, come questa dirigenza si era illusa; gli stessi «convenzionali» hanno chiamato trattato quel misero parto. L'ultima sessione della Convenzione non vi ha introdotto modifiche positive, come ancora poche settimane fa questa dirigenza sperava. Non lo farà di certo la Conferenza intergovernativa sotto presidenza italiana, come ora questa dirigenza è incredibilmente ridotta ad auspicare.

Con questa dirigenza e con questa linea politica il Movimento Federalista Europeo è destinato a una prossima e ingloriosa scomparsa. Occorre proclamare che il suo nome e la sua eredità non appartengono più a coloro che in questo momento ne detengono il controllo legale.

 

Pavia, 22 luglio 2003


Elio Cannillo