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Il radicamento del NO nelle intenzioni di
voto della campagna referendaria francese per la ratifica del
Trattato costituzionale europeo ha alimentato i timori sulla
sua effettiva entrata in vigore. Timori che si sono aggiunti
a quelli, sempre presenti, di veder bocciato il Trattato in Olanda,
o in Danimarca o in Gran Bretagna, se non in Polonia e nella
Repubblica Ceca. In Francia il malcontento sulla situazione interna
si è saldato con il décalage tra le aspirazioni
dei francesi e quello che può realisticamente offrire
il Trattato costituzionale, al punto che il Ministro degli interni
de Villepin, nel tentativo di far riguadagnare terreno al SI',
e per sedare le proteste dilaganti, per vigilare sull'introduzione
di norme europee considerate ultra-liberiste ecc., ha fatto balenare
l'ipotesi di un siluramento del governo Raffarin, accusato di
non essere stato capace di impedire l'aumento della disoccupazione
e la scarsa crescita economica. Può darsi che alla fine
il SI' prevalga in Francia, e che i francesi votino in modo tale
da non essere considerati, come ha ammonito il Presidente Chirac,
"le pecore nere d'Europa". Ma i sondaggi hanno mostrato
che i francesi non temono di sfidare le posizioni del Presidente
e del governo, nonché della maggioranza delle forze politiche.
Soprattutto, al di là delle previsioni ancora favorevoli
al NO, emerge il dato, sempre secondo i sondaggi, che l'80% degli
elettori francesi che si dichiarano per il Si' o per il NO, non
crede che una bocciatura del trattato costituzionale fermerà
l'Europa e non dà molto credito ai ripetuti gridi d'allarme,
lanciati soprattutto dal governo, su di un blocco della costruzione
europea a seguito di una vittoria del NO in Francia (Le Figaro,
19 Aprile).
In fondo, è proprio questo atto di sfida ad aver più
duramente colto di sorpresa la classe politica francese nel momento
in cui essa sta dispiegando una campagna per il SI' senza risparmio
di mezzi ed energie. Di fronte a questo dato di fatto, le forze
politiche ed i governi degli altri paesi europei scoprono con
stupore che sia che vinca il SI', sia che vinca il NO in Francia,
non potranno essere ignorati i malumori di un'opinione pubblica
sempre più scettica nei confronti dell'Europa e sempre
più incerta sul significato del progetto europeo, che
non potrà più essere blandita con una vuota retorica
europeista. Non siamo di fronte ad un segnale episodico, come
ha mostrato uno studio effettuato dalla Fondazione Schuman (L'opinion
européenne en 2005): la spinta emotiva e morale che
ha accompagnato, nonostante i ritardi e le sconfitte, il processo
di unificazione europea fino al Trattato di Maastricht, è
andata scemando nel corso degli ultimi quindici anni. Trovano
dunque conferma nei fatti le parole pronunciate negli anni novanta
dall'allora cancelliere tedesco Helmut Kohl secondo cui, una
volta passata la generazione di europei che avevano conosciuto
direttamente o indirettamente gli orrori della seconda guerra
mondiale, anche il disegno europeo avrebbe subito un colpo d'arresto.
Quello che il cancelliere Kohl non aveva previsto era l'accelerazione
imposta a questa tendenza dall'allargamento dell'Unione, che
ha portato più che a raddoppiare gli Stati membri e che
ha fatto sì che le spinte alla diluizione del processo
di integrazione europea prevalessero rapidamente su quelle dell'approfondimento
istituzionale di tipo federale. Al punto che, e da questo punto
di vista molti nel fronte del NO hanno buon gioco nel sostenerlo,
l'integrazione fra pochi del recente passato basata sulla progressiva
armonizzazione in campo economico, fiscale e legislativo ha ormai
lasciato il passo alla concorrenza fra molti in un mercato senza
governo e in cui l'applicazione del diritto è sempre più
difficile.
Purtroppo, come spesso accade nella storia, la politica si è
accorta in ritardo di quanto stava accadendo. E l'emblema del
ritorno alla realtà della classe politica è ben
rappresentato dalla sorpresa, puntualmente registrata dalla stampa,
con la quale il Presidente della Repubblica francese Chirac ha
"scoperto" proprio in occasione della sua prima apparizione
televisiva a favore del SI', che i giovani sono pessimisti sul
loro futuro e su quello dell'Europa. In tutti questi anni la
stragrande maggioranza delle forze politiche (sia al governo
che all'opposizione) nei paesi che facevano già parte
dell'Unione alla fine degli anni ottanta del secolo scorso ha
sperato ottimisticamente di poter continuare sulla strada della
costruzione a piccoli passi dell'Europa, rinviando sine die
il momento del salto federale. E anche le concessioni formali
che sono state fatte sul piano della partecipazione democratica
dei cittadini alle scelte europee (concessione della cittadinanza
europea, omaggio ai partiti politici europei, convocazione di
una Convenzione dei rappresentanti dei cittadini per elaborare
un nuovo Trattato ecc.), non avevano tanto l'obiettivo di dar
corpo al disegno di creare una federazione, quanto quello di
rendere possibile una difesa nazionale dell'acquis communataire,
magari incastonandolo in un testo a cui dare il titolo solenne,
ma non la sostanza, di Costituzione europea. E' paradossale,
ma è anche un segno dei tempi in cui viviamo, il fatto
che nel momento in cui è diventato un vanto per molti
leader politici dichiararsi europeista o addirittura federalista,
l'europeismo e in una certa misura anche il federalismo rischiano
invece di diventare un relitto storico. Il dibattito che si sta
sviluppando in Francia ha perlomeno il merito di aver messo impietosamente
a nudo questo pericolo.
* * *
Era lecito attendersi che con l'avvio in grande
stile della campagna per il SI' (centinaia di dibattiti, decine
di manifestazioni pubbliche, diffusione capillare del testo del
Trattato costituzionale, articoli e interventi quotidiani su
tutti i giornali e nelle televisioni) i sondaggi avrebbero registrato
una diminuzione delle intenzioni di voto negative nel referendum.
Se finora ciò non è successo, questo è dovuto
più agli argomenti messi in campo dal SI' piuttosto che
dalla capacità di convincimento del fronte del NO. In
diversi articoli Le Monde (15-16 aprile) ha fatto una
sorta di catalogo dei luoghi comuni e delle contraddizioni del
SI'. Per contrastare il NO si è per esempio detto che:
- con il nuovo Trattato costituzionale si salvaguarderebbe la
grandeur de la France. Ma è chiaro a tutti i francesi
che nell'Unione a venticinque il peso della Francia è
grandemente ridotto e che, nel mondo, la Cina e l'India la sopravanzeranno
presto anche in termini di PIL oltre che di potenza militare;
- un SI' rafforzerebbe l'influenza europea, e quindi anche quella
della Francia, nel mondo. Ma è sin troppo chiaro che non
basterà certo un Ministro degli esteri comune per dotare
l'Europa di una sua politica estera e che la prospettiva di avviare
cooperazioni rafforzate/strutturate fra gruppi ridotti di paesi
rientra in una logica intergovernativa déjà-vu
e inefficace piuttosto che in una logica di effettivo consolidamento
dell'Europa;
- un SI' preserverà l'identità e il modello sociale
francese. Ma né la Francia, né questa Unione europea
sono stati in grado di proporre, e tanto meno sviluppare, una
politica efficace e credibile per governare il grande mercato
unico aperto che si sta creando in Europa.
Per non parlare di chi, come Pierre Laquillier, presidente della
delegazione dell'Assemblea nazionale francese per l'Unione europea,
ha cercato di difendere in termini di prestigio nazionale i meriti
del Trattato costituzionale rispetto a quello di Nizza, considerando
un successo il fatto che il "sistema della doppia maggioranza
previsto dal Trattato costituzionale fa salire il peso della
Francia nella presa di decisioni al 13,43% (sic!), rispetto
al 9% del Trattato di Nizza" (Le Figaro 15 aprile).
In questo quadro non hanno aggiunto chiarezza gli interventi
di "neo-federalisti" come l'On. Massimo D'Alema e l'ex-Presidente
della Commissione europea Jacques Delors. Vale la pena di citarli
brevemente. Così si è espresso l'On. D'Alema in
uno dei dibattiti organizzati a favore del SI': "Se voi
francesi decidete di votare NO, il risultato non sarà
una Costituzione migliore, ma un arresto brutale del processo
di unificazione europea e la rimessa in questione dell'Europa
politica. Il SI' si nutre degli ideali europei di Mitterrand,
Delors e Spinelli.. Per chi, come me, è animato da una
visione federalista dell'unità europea, c'è qualche
motivo di delusione per il prezzo che si è dovuto pagare
limitando la forza e la sovranità dell'Unione in materia
di politica economica e di politica estera. Tuttavia la Costituzione
di Roma rappresenta un passo avanti importante. La portata della
sfida è immensa, e non saranno i singoli Stati europei,
per quanto grandi ed influenti possano essere, a potervi far
fronte. Quindi le sole domande legittime sono: l'Europa è
all'altezza di questa sfida? L'Europa può giocare un ruolo?"
(Le nouvel observateur, 7 aprile 2005). Evidentemente
l'On. D'Alema non si è reso conto (ma lo hanno fatto rilevare
alcuni sostenitori del NO) che, proprio a causa dei limiti del
Trattato costituzionale rispetto alle prospettive e alle ambizioni
europee che egli ha richiamato, la risposta al referendum può
legittimamente essere NO: con questo Trattato costituzionale
l'Europa non può essere all'altezza delle sfide mondiali,
come hanno a più riprese ribadito Fabius, Melanchon, Emmanuelli
e perfino, seppure da una posizione più nazionalista,
ma nell'occasione non anti-europea, Pasqua.
Non meno contraddittorio è stato l'ex Presidente della
Commissione europea Jacques Delors, il quale ha detto: "A
quelli che parlano di potenza coltivando la nostalgia della Francia
del 1900, io dico che l'Europa non è solo uno spazio,
essa è già una potenza in movimento: noi siamo
già la prima potenza commerciale del mondo e la nostra
voce si fa sentire presso l'Organizzazione Mondiale per il Commercio,
siamo al primo posto per quanto riguarda gli aiuti allo sviluppo
grazie alla nostra azione diplomatica. Grazie a noi la politica
ambientale avanza nel mondo. L'Unione europea non è quel
sassolino nel mare che qualcuno vorrebbe che fosse, essa è
già una potenza e con questo Trattato noi le daremo più
strumenti per esercitare una reale influenza e per difendere
la nostra concezione del mondo e della società, in poche
parole, i nostri valori Negli anni Trenta, quando fascismo, nazismo
e nazionalismo stavano per abbattersi sull'Europa, nasceva il
Movimento federalista. In quel momento degli uomini e delle donne
si sono ribellati per dire no alle guerre civili europee, no
al fascismo e al nazismo, no alla superficialità e alla
banalità. Dobbiamo una riconoscenza eterna a questi uomini
e donne. Non dobbiamo dimenticarli. Dobbiamo soprattutto essere
degni di loro. Essi ci hanno trasmesso un compito: garantire
l'Unione per la pace, per la rinascita dell'Europa, perché
gli europei non siano messi ai margini della Storia ma diventino
una vera potenza capace di farsi rispettare. Per questo il 29
maggio i francesi hanno un appuntamento con la Storia" (Intervento
di Jacques Delors su La Constitution, un pas en avant pour
l'Union européenne, incontro organizzato dal Mouvement
Européen-France , 9 aprile 2005). Leggendo queste parole
non si può fare a meno di chiedersi se Jacques Delors
creda davvero che l'Europa che si sta disegnando sia quella che
avevano in mente e che chiedevano i federalisti di Federal
Union negli anni Trenta, e se veramente pensa che il Trattato
costituzionale consenta all'Europa di "diventare una vera
potenza capace di farsi sentire".
In questo mare di contraddizioni e incoerenze hanno buon gioco
nell'intorbidire ulteriormente le acque coloro i quali, nel fronte
del NO, in nome di una facile demagogia e di una superficiale
promozione della democrazia, invocano una rinegoziazione del
Trattato costituzionale. E' il caso dell'organizzazione Attac,
una delle organizzazioni più attive nella campagna per
il NO in Francia, che ha presentato un progetto per un'altra
costituzione contenente ventuno richieste. Si tratta di rivendicazioni
che nulla hanno a che fare con il problema della creazione di
un sistema di governo federale in Europa, e che si preoccupano
di raccogliere facili consensi sull'obiettivo di garantire un
maggiore controllo democratico sulle decisioni europee, privilegiando,
consapevolmente o no, il livello nazionale. In queste richieste
si dice per esempio che, poiché "la Commissione europea
detiene dei poteri esclusivi esorbitanti in materia di concorrenza",
è necessario introdurre una norma "costituzionale"
in base alla quale, su richiesta di uno Stato "una
decisione della Commissione in quell'area venga sospesa fino
a quando non intervenga una decisione a maggioranza qualificata
del Consiglio in co-decisione con il Parlamento europeo".
La Commissione dovrebbe inoltre presentare un rapporto annuale
sulle politiche commerciali da sottoporre "all'approvazione
del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali" ("Cette
'Constitution' qui piège l'Europe", Attac, éditions
Mille et une Nuits, Arthème Fayar, 2005).
Sul fronte degli insoddisfatti del Trattato costituzionale, ma
schierati a favore del SI' perché preoccupati delle ripercussioni
di una sua eventuale bocciatura, si stanno organizzando coloro
i quali scommettono sulla possibilità di sfruttare le
nuove norme che il Trattato stesso offrirebbe in materia di iniziativa
popolare (un milione di firme da inviare alla Commissione per
proporre una nuova legge Articolo I-47) o di iniziativa del Parlamento
europeo, dei governi o della Commissione per avviare una procedura
di revisione (Articolo IV-443). A questo proposito è facile
osservare che una simile procedura di revisione prevede di passare
1) per la convocazione di "una (nuova) convenzione composta
da rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di Stato
o di governo degli Stati membri, del Parlamento europeo e della
Commissione", 2) "per l'adozione per consenso (da parte
della Convenzione) di una raccomandazione", 3) per la convocazione
di una conferenza intergovernativa che dovrebbe valutare il lavoro
della Convenzione e deliberare all'unanimità. Come dire,
"è davvero più facile che un cammello passi
per la cruna di un ago che .."
Più seccamente e semplicemente, come ha sottolineato il
Presidente del Movimento Europeo francese nonché ex Ministro
delegato per gli Affari europei Pierre Moscovici inaugurando
la campagna per il SI', "bisognerebbe smetterla di fare
i demagoghi. E' una menzogna pretendere che possiamo rifare tutto.
La verità è che oggi abbiamo in mano il miglior
compromesso possibile. Una eventuale rinegoziazione ci porterebbe
verso un'Europa più di destra, meno sociale, più
nazionalista e xenofoba tenendo conto che I rapporti di forza
oggi sono di diciotto governi di destra su venticinque nell'attuale
Unione europea" (Parigi 10/04/05)
* * *
Nel momento in cui l'obiettivo del progetto
europeo (costruire una federazione europea indipendente dotata
dei poteri sovrani di uno Stato) viene confuso con la difesa
di un modello comunitario che mostra ormai tutti i suoi limiti,
e in cui il NO francese al Trattato costituzionale rischia di
essere semplicisticamente liquidato come un NO senza appello
alla prospettiva di unificazione europea, occorrerebbe ribadire
con chiarezza che l'Europa non si costruisce rendendo verbalmente
omaggio agli ideali europeisti e federalisti. Essa si costruisce
solo se si recupera il senso del perché e del come
si deve e si può fare lo Stato federale europeo e se si
prende atto che non è più possibile perseguire
obiettivi di ulteriore integrazione istituzionale di natura federale
nel quadro dell'Unione a venticinque (presto a ventisette-ventotto).
Questo implica avere il coraggio politico di ammettere che, qualunque
sarà l'esito del prossimo referendum in Francia, il destino
del Trattato costituzionale è fin d'ora segnato: se i
francesi daranno il via libera alle altre ratifiche, esso potrà
al massimo rappresentare il compromesso più alto raggiunto
e raggiungibile, ma non per questo adeguato, per un Europa a
venticinque; se i francesi lo affosseranno esso diventerà
uno dei tanti Trattati accantonati della storia del processo
di integrazione europea.
A quel punto, sia che vinca il SI, sia che vinca il NO in Francia,
occorrerà mettere le classi politiche, i governi, le opinioni
pubbliche dei paesi fondatori, Francia e Germania in primo luogo,
di fronte alle loro responsabilità storiche, affinché
decidano rapidamente se vogliono oppure no rilanciare il progetto
europeo su basi federali, lanciando l'iniziativa di creare un
primo nucleo di Stato federale europeo.
Qualunque sia l'esito del referendum francese, questo è
il vero campo d'azione dei federalisti dopo il 29 maggio.
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