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HAITI E I PAESI DIMENTICATI
Stefano
Spoltore
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I tragici fatti accaduti
ad Haiti, ripropongono, in modo sempre più evidente, le
difficoltà delle organizzazioni internazionali nel controllare,
o ancor meglio, nel riuscire a prevenire il fatto che alcuni
paesi precipitino nella guerra civile o nel caos politico.
Haiti, in questo contesto, è l'ennesimo esempio della
incapacità dell'ONU, della organizzazione regionale (CARIBE)
e continentale (OSA) di salvaguardare la democrazia e lo sviluppo
di un singolo paese. L'intervento è stato ancora una volta
tardivo e, fatto grave, il Presidente deposto, Aristide, dieci
anni fa era stato eletto ed acclamato come il primo presidente
democratico dell'isola, salvo poi trasformarsi in un nuovo despota
accusato di furto, nepotismo e crimini contro la popolazione.
Queste pesanti accuse hanno indotto la comunità internazionale
ad appoggiare le truppe armate capeggiate da Guy Philippe e Louis
Chamblain che hanno deposto il presidente in carica. La cosa
sconcertante è che entrambi questi nuovi leader (a suo
tempo fuoriusciti nella vicina Repubblica Dominicana) sono rispettivamente
accusati di connubio con i narcotrafficanti e di essere stati
a capo delle squadre della morte nel 1991. Non propriamente due
esempi di democrazia.
Ma Haiti, il paese più povero del continente americano,
come altri paesi del mondo, rientra nel novero delle nazioni
"dimenticate". Nazioni che non hanno ricchezze naturali
e che sono ai margini degli scenari geopolitici. Nazioni di cui
i media si interessano solo quando scoppiano clamorosi episodi
di violenza o comunque episodi particolarmente drammatici.
Chi sa o ricorda quanto è avvenuto o sta avvenendo in
Ruanda, Burundi, piuttosto che in Uganda o in Laos o in Guatemala
dove, per esempio, in trenta anni di guerra civile sono morti
o scomparse più di duecentomila persone su una popolazione
totale di 13 milioni?
Vi sono nazioni povere che, proprio perché poste per ragioni
storiche o economiche, ai margini della grande politica internazionale
non hanno una propria capacità di sviluppare la democrazia
e sono perennemente sconvolti da guerre civili, per lo più
tribali, oppure governati da dure dittature. Come deve comportarsi
la comunità internazionale nei confronti di questi paesi?
Non è infatti accettabile che si intervenga solo nei momenti
in cui la violenza esplode in modo incontrollabile. L'ONU non
ha una propria capacità di intervento né potrà
mai averlo fintanto che non subentri una sua radicale riorganizzazione
politica ed istituzionale, che però è legata agli
equilibri di potere mondiali. Gli USA da soli, non sono in grado
di garantire l'ordine internazionale, trasformandosi in poliziotti,
come dimostrano non solo le vicende in Iraq, ma lo stesso caso
di Haiti, dove, nel 1991, gli USA intervennero con oltre 20.000
marines per reinsediare Aristide che, dopo la sua elezione, era
stato estromesso dal governo con un colpo di stato, mentre questa
volta non hanno potuto inviare che un contingente di circa 1000
marines e hanno avuto bisogno del supporto di truppe francesi
e canadesi.
L'Unione europea, d'altra parte, come l'ONU, è vittima
della propria impotenza politica e militare. L'unica strada percorribile
appare quella che le singole comunità regionali procedano
alla realizzazioni di corpi di polizia e militari in grado di
intervenire per ristabilire l'ordine nei paesi in cui domina
il caos e la violenza. Su base regionale questo tipo di intervento
appare più credibile e realizzabile che non quello di
una ONU quanto mai lenta e vittima dei ritardi dettati dalla
politica delle singole potenze. Battersi però per la realizzazione
di corpi di polizia a livello regionale significa, di fatto,
affrontare anche i nodi dell'unità politica: chi guida
ed organizza anche a livello regionale questi eserciti di cosiddetto
pronto intervento? Sono i temi che l'Europa ha già affrontato,
senza volerli risolvere, ai tempi della CED o della recente crisi
in Jugoslavia, non riuscendo a diventare per il resto del mondo
un modello capace di dimostrare la possibilità del superamento
delle sovranità nazionali. Sono però anche i nodi
di fondo da cui dipende la possibilità di garantire un
giorno anche a quei paesi che sono ai margini della grande politica
il diritto alla pace e allo sviluppo.
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