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Il feticcio del metodo comunitario
Franco
Spoltore
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Alcuni recenti interventi
(Lamassoure, Barnier, Vitorino, Giscard d'Estaing), hanno riproposto
il problema di come fare l'Europa e da essi emerge la necessità,
per i federalisti, di chiarire il significato dell'approccio
comunitario.
A questo proposito è interessante osservare che, mentre
tutti per lo meno i politici impegnati in questo dibattito
dimostrano ormai di sapere che cosa implica l'approccio
federalista (la creazione di uno Stato federale), e per questo
lo rifiutano, tutti aderiscono entusiasticamente al metodo comunitario
come unica soluzione a tutti i mali dell'Europa, senza curarsi
delle contraddizioni in cui cadono nel fare questa scelta.
Emblematico in proposito il contributo alla discussione fornito
dai Commissari europei Barnier e Vitorino alla Convenzione europea
(3-09-02), in cui si giustificano così la confusione ed
i dubbi sulla portata e le caratteristiche del metodo comunitario:
"Ciò è dovuto principalmente alla mancanza
di una definizione precisa della nozione di "metodo comunitario"',
nonché al fatto che i trattati prevedono diversi modi
di funzionamento dell'Unione europea, a seconda dei vari settori.
Ne consegue che il semplice riferimento al metodo comunitario
non basta, poiché esso puo' essere inteso, a seconda degli
interlocutori, in molti modi diversi." Per questo, e anche
perché il ruolo attribuito via via al Consiglio europeo
dai vari trattati ha introdotto molte varianti rispetto al metodo
comunitario, diventa opportuno, secondo Barnier-Vitorino riferirsi
ad un metodo comunitario "puro", caratterizzato "dal
voto a maggioranza qualificata, che ha consentito di evitare
i rischi di blocco derivanti dal sistema di voto all'unanimità,
di approfondire l'integrazione e di ottenere risultati più
precisi, pur garantendo che le decisioni prese esprimano la volontà
politica dei rappresentanti di una grande maggioranza dei cittadini
europei. E in effetti il passaggio dal voto all'unanimità
a quello a maggioranza qualificata ha segnato, in ambiti importanti,
una vera e propria svolta nell'azione comunitaria.".
Applicando ed affermando il metodo comunitario "puro"
si metterebbe dunque finalmente l'Europa a 15, 25, 27 e infine
a 30, in grado d'agire. Sulla stessa lunghezza d'onda si è
espresso Giscard d'Estaing (Corriere della Sera del 13-09-02)
- "è una questione di metodo" ha ribadito Giscard
-, annunciando che esiste ormai un largo consenso sull'estensione
della maggioranza qualificata anche alla politica estera, cadendo
in contraddizione laddove aggiunge "tranne pochissime eccezioni"
(sic!), tra cui fiscalità e la stessa politica estera
e di difesa con la formula dell'opting out per i paesi
dissenzienti.
Sulla stessa linea si è attestato il Parlamentare europeo
Lamassoure (contributo alla Convenzione europea 3-09-02), appellandosi
al modello comunitario questa volta definito "sui
generis", ma sostanzialmente con le stesse caratteristiche
descritte da Barnier e Vitorino - per superare le contraddizioni
confederali, e le difficoltà (l'opinione pubblica non
sarebbe ancora favorevole) di affermare il modello federale degli
Stati Uniti d'Europa.
Come giudicare queste posizioni? L'approccio comunitaristico
per fare l'Europa si innesta sulla linea del gradualismo costituzionale
teorizzato e praticato dai federalisti europei fino alla battaglia
per la creazione della moneta europea, oppure non è altro
che l'estremo tentativo per mantenere in vita quello che c'è
Stati nazionali e Comunità/Unione -, e per evitare
il salto federale?
Per il MFE rispondere senza ambiguità a questa domanda
rappresenta una questione di vita o di morte. Attualmente la
situazione è questa: le dichiarazioni e le analisi della
Segreteria nazionale MFE avvalorano la prima ipotesi; chi invece
si oppone a questa posizione privilegia la seconda. Si tratta
di una divergenza su come fare l'Europa che evidentemente pone
il problema dell'identificazione di alleati, compagni di viaggio
e nemici della lotta federalista, diversi. Prendiamo per esempio
in considerazione le parole usate da Lamassoure nel suo contributo,
quando dice: "Le véhicule européen a toujours
eu besoin d'une source d'énergie première. La volonté
politique des gouvernements a longtemps joué un rôle
déterminant. Dans l'Europe des trente, nul ne concevrait
qu'un Etat ou un groupe d'Etats exerce un leadership de
fait. Le Parlement européen n'a pas la vocation de jouer
ce rôle, et le Conseil sera devenu trop nombreux. Le moteur
ne pourra donc être que l'exécutif européen,
s'il dispose d'une vraie légitimité populaire.
C'est l'aboutissement normal de la révolution du peuple".
Nell'ottica comunitaria di Lamassoure la situazione è
dunque ormai tale da consentire: a) un'ineluttabile estensione
del voto a maggioranza qualificata a tutte le materie (sarebbe
solo questione di tempo); b) la creazione di un esecutivo sufficientemente
forte che, sfruttando l'appoggio popolare, sarebbe in grado di
estendere il suo raggio d'azione e risolvere i problemi dell'Europa.
Si tratta di una previsione condivisibile o da criticare? Essa
favorisce o ostacola la lotta per la creazione di una federazione
europea? Per rispondere a questa domanda occorre innanzitutto
prendere atto che attualmente non c'è nessuna volontà
neppure in Lamassoure evidentemente - di battersi per trasferire
davvero la sovranità dal livello nazionale a quello europeo:
i sostenitori del metodo comunitario, sia che parlino come Commissari
europei, o come parlamentari europei, o come leaders politici
nazionali, dichiarano anzi apertamente di non volersi battere
per la soluzione federale. Non è del resto realistico
pensare - e gli autori dei contributi e delle interviste citati
lo sanno -, che l'estensione del voto a maggioranza impedisca
ai singoli governi nazionali di continuare a decidere se e quando
sottostare alla volontà della maggioranza. Barnier e Vitorino
riconoscono nel loro contributo che nell'Europa del mercato e
della moneta unici sopravvivono tranquillamente più di
cinquanta "basi giuridiche del Trattato CE", oltre
ai campi della politica estera e di difesa, che impongono il
voto all'unanimità del Consiglio europeo.
Sostenere il metodo comunitario, "puro" o "sui
generis" o alla Giscard, significa quindi in definitiva
cadere nella trappola dei nemici dell'Europa, cioè di
coloro i quali, pur consapevoli delle sfide di fronte alle quali
ci troviamo, credono che l'Europa possa continuare a tempo indeterminato
a non farsi Stato senza subirne le conseguenze.
Per questo non bisogna esitare a denunciare la pusillanimità
di leaders politici come Barnier, Vitorino, Giscard e Lamassoure
che, pur essendo nella posizione di poter influire positivamente
nella battaglia per la creazione di uno Stato federale europeo,
preferiscono ingannare gli europei, cercando di far loro credere
che in fondo l'Europa si sta muovendo nella giusta direzione,
quando invece si stanno preparando le premesse per la sua definitiva
disgregazione ed emarginazione.
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