Il
Giappone di Yukio Hatoyama
Nelle scuole giapponesi, l’origine
del popolo giapponese non viene indagata con un serio
dibattito storiografico, ma come mito.
I giapponesi discendono della Dea Amatarasu, le isole dell’arcipelago giapponese sono sempre
esistite, così come il popolo che le abita. Persino alcuni scavi archeologici,
che hanno portato alla luce le rovine dei primi insediamenti di popoli
provenienti dall’Asia centrale, sono stati interrotti, e le rovine condannate alla damnatio memoriae dell’orgoglio
nazionale nipponico.
I grandi cambiamenti che negli ultimi
due secoli hanno interessato la società giapponese, tradizionalista e
conservatrice, sono stati sempre dettati da fattori esterni.
I cannoni delle navi del commodoro
americano Perry hanno aperto il Giappone alle
influenze occidentali nel XIX secolo, il bombardamento
atomico e l’occupazione americana hanno integrato l’estremo oriente per
eccellenza nel blocco dei paesi occidentali in funzione anticomunista, creando un
moderno sistema “democratico” e liberale.
L’ultimo importante cambiamento è
arrivato sull’onda della grande crisi economica,
rompendo un immobilismo politico che durava da molti decenni: le elezioni del
30 agosto che hanno portato il Partito Democratico del Giappone a ottenere la
maggioranza assoluta, designando come nuovo premier Yukio
Hatoyama.
Per comprendere l’importanza di
questa vittoria è necessario spiegare la situazione politica giapponese
dell’ultimo mezzo secolo.
Il sistema partitico del Giappone è,
per numerosi aspetti, simile alla Prima Repubblica italiana, e simili sono le condizioni in cui si è evoluto nell’ambito
della guerra fredda. La costituzione imposta dagli statunitensi nel 1946
ridusse l’Imperatore a semplice figura simbolica, disarmò il paese e consegnò
la difesa nelle mani del Pentagono. L’elite al potere creò il miracolo
economico giapponese barattando il benessere economico
con una politica paternalistica. Il Partito Democratico Liberale ha potuto
virtualmente governare come se fosse l’unico partito, grazie al sistema
elettorale (un maggioritario che avvantaggiava le circoscrizioni elettorali
rurali, più conservatrici), relegando le opposizioni
progressiste e nazionaliste a un ruolo perennemente subalterno, o spingendole
alla lotta extraparlamentare.
I sindacati furono in gran parte
domati grazie alla collaborazione con la Yakuza, la
mafia nipponica.
Il PLD diventò una sorta di una nuova
casta nobiliare, con tanto di dinastie (l’ex premier Aso
è il nipote del
primo ministro del 1946), delegando le decisioni operative a una corrotta
burocrazia di funzionari statali. Questo sistema ha prodotto tanto il successo
economico del dopoguerra, tanto lo spaventoso debito pubblico degli anni
Novanta.
La struttura economica, già in
affanno per la globalizzazione, è stata completamente
incrinata dall’avvento della crisi: mentre gli impiegati nipponici vengono licenziati, salutando a malincuore il welfare state, le aziende pensano a delocalizzare
in altri paesi asiatici, o ad assumere nuovi dipendenti cinesi, apparentemente
più brillanti e ambiziosi.
Queste le condizioni della vittoria
del PDG che ha realizzato per la prima volta l’alternanza partitica, ma ha
anche aperto un ventaglio di nuove questioni che il
governo dovrà affrontare nel suo mandato; a cominciare dall’imple-mentazione
del Fondo Monetario Asiatico (istituito a marzo da alcuni paesi dell’estremo
oriente tra cui Cina e lo stesso Giappone) con la possibilità di sostituire il
dollaro come moneta per le transazioni petrolifere ed eventualmente la
creazione di un sistema monetario asiatico.
Vi è poi la questione di una politica
estera più attiva e l’acquisizione di una capacità difensiva autonoma. Tra i
temi più scottanti che il passato governo dovette
affrontare ci fu l’accordo segreto con gli USA per stanziare armi atomiche nel
paese, opzione presa in considerazione alla luce
dell’instabilità dello scenario asiatico, con la politica di potenza esercitata
dalla Cina e i coup de théâtre del regime
nord-coreano.
Il tema del riarmo è caro anche al
nuovo governo, che però dovrà fare i conti con gli alleati di coalizione del Partito Buddista, strenuo difensore della
“Costituzione di Pace”.
La generazione che ha visto le
proprie città incenerite dall’atomica e che non ha voluto il ripetersi della
tragedia, è ormai scomparsa. I nuovi giapponesi vivono con frustrazione
l’evolversi della situazione economica mondiale e il crollo delle certezze che
li hanno accompagnati fino ad ora. E’ possibile che il
Giappone del XXI secolo ambisca svolgere nuovamente un
ruolo di potenza, con tutte le drammatiche conseguenze che questo comporta.
Gabriele F.
Mascherpa